Report e l’inchiesta sui cibi per animali: bufala o disinformazione?

Lasciamo ancora alla Gabanelli & company il beneficio del dubbio, perchè il polverone sollevato dalla puntata di Report di domenica 6 dicembre 2015 è ben lontano dal placarsi. A pochi minuti dal termine del reportage provocatoriamente intitolato “Troppa trippa” le bacheche Facebook erano già roventi e le opinioni (competenti e meno, quest’ultime ovviamente preponderanti) si sprecavano. Per chi non avesse visto il programma, è disponibile qui sia il video che i testi della messa in onda. In estremissima sintesi, verteva intorno al business del cibo per gli animali domestici. Nelle crocchette che diamo ai nostri amici in realtà sarebbero presenti sostanze altamente nocive, cancerogene, scarti di produzione, carcasse di altri animali e quant’altro di nefasto. Tutto ciò causerebbe ovviamente sofferenza e riduzione dell’aspettativa di vita dell’animale esposto a questo tipo di dieta. I veterinari, conniventi, prescriverebbero alimentazioni che sanno essere letali in cambio di vantaggi, una sorta di comparaggio. Tesi accompagnate da interviste e immagini che lasciano poco spazio al dubbio. La soluzione? L’alimentazione cosiddetta “naturale”, con tanto di interviste a sedicenti esperti che ne lodano gli effetti benefici. Insomma, a dirla in questo modo, sembrerebbe quasi un caso Stamina bis: una cura miracolosa che il “sistema” vuole tenere nascosta, per continuare a ingrassare le case farmaceutiche che vendono farmaci inutili che fanno morire i malati anzichè curarli.

Ehm, no. Partendo dall’analisi dei colleghi di Bufale Un Tanto Al Chilo (che hanno approfondito in maniera secondo me perfetta, leggete i loro articoli qui e qui) si evidenzia come, per l’ennesima volta, siamo di fronte a un caso, se non di conclamata disinformazione, perlomeno di giornalismo “furbetto”. Le interviste ai veterinari sostenitori delle crocchette “cattive” sono state rimontate in una sorta di taglia e cuci atto ad estrapolare delle frasi che, decontestualizzate, hanno assunto altro significato. Ah, il bello (e il brutto) della lingua italiana.

Chi ama un animale lo sa: non c’è niente che non faremmo per farli stare bene. Incluso, spesso, spendere molti più soldi del necessario perchè agli occhi di alcuni veterinari e farmacisti sembriamo proprio dei polli ansiosi di farsi spennare. Cani e gatti sono in natura predatori onnivori, ovvero mangiano di tutto, che sia provente della loro attività di caccia. In un contesto in cui la caccia viene meno, ovvero i nostri appartamenti, la loro alimentazione dovrebbe avvicinarsi il più possibile alla loro ideale: niente fritti, niente intingoli, niente latte (sapete che i gatti sono intolleranti al lattosio?) niente sughi, assolutamente niente dolci, in generale niente cose eccessivamente condite ed elaborate e si a proteine (carne e pesce ovviamente), verdure, cereali molto semplici e poco trattati (tipo il riso). Ma non basta: sarebbe necessario anche fornire calcio (in natura tratto dalle ossa degli animali predati) e altri nutrimenti non presenti nei cibi “umani”. Le crocchette sono un valido aiuto nel fornire agli animali dei pasti completi, che non diano luogo a carenze nutrizionali. Possono essere sostituite o integrate all’alimentazione casalinga. Questo praticamente da sempre. Se fossero letali, come Report vuole far credere, esisterebbero ancora?

Ancora più nello specifico: in caso di conclamate patologie che richiedono un’alimentazione specifica, come comportarsi? Domande che nessuno si è posto, troppo occupati a dare addosso ai veterinari cattivoni e alle multinazionali che vogliono avvelenare Fido. Chiunque abbia o abbia avuto un animale in casa lo sa, che anche per loro vale il detto “come spendi mangi”. Che le crocchette da un euro al chilo siano più scadenti di quelle da dieci euro è un fatto noto, acclarato, certificato. Che esistano aziende virtuose e altre meno, è altrettanto arcinoto, ma nè più nè meno di quanto accade nell’ambito dell’alimentazione umana. Quello che non deve venire meno, anche in questo caso, è il raziocinio: chi sono io per dire che quanto ha prescritto il veterinario è a priori fuffa? Sono forse un medico anche io? Ho forse dei titoli per confutare la tesi? Se la risposta è si, i miei complimenti: avete la competenza per andare avanti nelle vostre convinzioni. Se la risposta è no o i vostri titoli per confutare si basano su alcune ricerche su google, allora ALT: rischiate di fare dei danni, anche seri.

Provate a cercare “dieta BARF”. È il nuovo trend per l’alimentazione homemade degli animali, su cui alcuni “guru” tengono gruppi rigorosamente chiusi su Facebook. All’interno, lo stesso clima che vige tra i talebani dei prodotti ecobio e omeopatici, largo a suggerimenti ma vietato parlare di marche industriali e medicinali. La BARF è una dieta che cerca di riprodurre in casa la condizione naturale di cane e gatto, essenzialmente crudista. Fin da subito appare, oltre che assai poco scientifica, anche estremamente macchinosa da realizzare. Non si tratta, infatti, di dare a Fido e Micio il pescetto bollito o la fettina ai ferri, ma si tratta di trovare il modo di realizzare dei papponi appetibili crudi o pochissimo cotti in cui siano presenti tutti i nutrienti. Incluse le ossa tritate, le frattaglie, le interiora varie. Insomma, non tutte cose facilmente ed economicamente reperibili e gestibili. Quando poi la spesa non basta, bisogna anche sapersi destreggiare tra polverine ed integratori, per supplire alle carenze. Questo quando l’animale è in salute. Quando ha dei problemi siamo proprio all’omeopatia: non somministrare farmaci, ma curare la condizione attraverso l’alimentazione, con i dovuti accorgimenti e variazioni.

La metodologia non è univoca: le guide BARF reperite in rete concordano solo su pochissimi punti essenziali e generano più confusione che chiarezza. Ogni “guru” dice essenzialmente la sua. Insomma, un vaso di Pandora che rivela un microcosmo di piccoli alchimisti convinti di agire nel giusto e altrettanti piccoli animali costretti a fare da cavia in nome dell’amore. Giusto, sbagliato? Ai posteri l’ardua sentenza. Augurando, ai piccoli alchimisti, di non avere mai a che fare con un animale in punto di morte che può essere salvato solo con determinate crocchette delle tanto vituperate multinazionali (come è successo a me). Nel post Gabanelli, vorrei poi sentire come si sono comportati.

In chiusura, leggete il contributo di Valeria Rossi, allevatrice e amante dei cani qui. Approfondisce tutto quello che ho tralasciato per non essere ancora più prolissa. Non bisognerebbe mai fruire passivamente della tv come di un prodotto preconfezionato. Quello che vediamo dovrebbe essere sempre sottoposto al vaglio della verifica. Peccato che non succeda quasi mai.

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